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Firenze

A Firenze ci devi andare perchè….

  • È la città dove è nato Dante!
  • Si mangia il lampredotto, brutto ma buono!
  • Le partite di calcio sono tutta un’altra cosa…

Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande

che per mare e per terra batti l’ali,

e per lo ‘nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali 

tuoi cittadini onde mi ven vergogna, 

e tu in grande orranza non ne sali. 

Divina Commedia, Inferno XXVI, versi 1-3.
Rallegrati, Firenze, perché sei così famosa da percorrere il mare e la terra, e il tuo nome è conosciuto persino all'Inferno!

Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini, tali che a me viene vergogna e tu certo non acquisti onore.

Dante ha un rapporto di amore e odio con Firenze. Viene esiliato nel 1301 e non torna più nella città natale. Nella Divina Commedia incontra spesso cittadini di Firenze suoi contemporanei o grandi personaggi del passato. Molti di loro sono posti all’Inferno per mostrare i mali e le colpe della città.

FIRENZE (aggettivo: fiorentino/a)

È la città dove Dante nasce nel 1265 e nel Medioevo è una sede importante di mercanti e banchieri. Il partito politico che governa il Comune di Firenze è quello dei Guelfi, che vogliono l’indipendenza dall’Impero sotto la guida del Papa. I Guelfi, però, sono divisi: ci sono i Guelfi Neri e i Guelfi Bianchi.

Per esempio, nella terzina qui sotto, Dante parla del battistero di San Giovanni, che ancora oggi si trova di fronte al Duomo di Firenze:

Sono in lotta tra loro:  Dante, che è un Guelfo Bianco, viene esiliato dai suoi avversari Guelfi Neri nel 1301 e perde le sue proprietà e i diritti di cittadino. Dante non torna mai più a Firenze, ma ne parla spesso nella Divina Commedia, ricordando personaggi e luoghi cui era affezionato.

Non mi parean (i fori) men ampi né maggiori

che que’ che son nel mio bel San Giovanni, 

fatti per loco d’i battezzatori

Divina Commedia, Inferno XIX, versi 16-18.

Dante usa qui il paragone con le fonti battesimali del Battistero per descrivere la pena di alcuni dannati: sono a testa in giù conficcati in buchi nel terreno e hanno i piedi infuocati.

Chi visita oggi il battistero di San Giovanni a Firenze vede però qualcosa in più rispetto a Dante: la Porta del Paradiso dello scultore Lorenzo Ghiberti. Nel Quattrocento Firenze è la culla del Rinascimento e qui lavorano alcuni degli artisti italiani più famosi (Brunelleschi, Donatello, Michelangelo…).

Oggi Firenze è una città ricchissima di opere d’arte e di musei famosi

(Gallerie degli Uffizi).

La cucina fiorentina

Il lampredotto

Ricetta di street food tipica fiorentina. Si tratta dell’ultimo stomaco della mucca bollito per ore e servito in una rosetta (panino) con sale e pepe, oppure con salsa verde (prezzemolo tritato).

Anticamente solo i nobili potevano mangiare spesso la carne; il popolo, invece, aveva una dieta a base di cereali e solo in occasioni particolari uccideva grossi animali e cucinava ogni parte.

La pappa al pomodoro

Piatto povero della cucina toscana: zuppa di pomodoro fresco e pane.

A questa specialità è stata anche dedicata una canzone!

Il calcio storico fiorentino

È un gioco a squadre, un misto di calcio e rugby che si gioca su un campo di sabbia nella piazza di Santa Croce. I partecipanti alla gara sono detti “calcianti” e si distinguono in base ai quattro colori che rappresentano i quartieri della città. I premi sono due: una stoffa riccamente decorata (detta “palio”) e una vitella di razza chianina.

Alluvione di Firenze

Nel novembre 1966, a causa di una forte alluvione, l’Arno straripa in più punti e Firenze viene inondata di fango. Per salvare la città e le sue opere d’arte, arrivano persone da tutta Italia, soprattutto ragazzi giovani chiamati gli “Angeli del fango”.

Alla prossima puntata !!!

Ravenna

A Ravenna ci devi andare perchè:

  • c’è la tomba di Dante  
  • è stata capitale dell’Impero romano d’Occidente 
  • non c’è pausa migliore di una piadina con lo squacquerone  

Ravenna è una città romagnola collegata al mar Adriatico da un breve canale. Ricca di storia è stata al centro di importanti avvenimenti, soprattutto tra la fine dell’Impero romano e il Medioevo.  

Per Dante Ravenna è doppiamente importante: è il suo ultimo rifugio  perché qui vive gli ultimi anni della sua vita, ed è dove muore nel 1321 di ritorno dalla missione diplomatica a Venezia. Ma la città e i suoi dintorni tornano più volte anche letterariamente all’interno della Commedia: Ravenna è la terra di origine di Francesca, uno dei personaggi più famosi dell’opera, e i suoi monumenti, i meravigliosi mosaici e i boschi a ridosso del mare,  sono stati fonte di ispirazione per il poeta. 

Nel 402 d.C. viene scelta grazie alla sua posizione strategica per il trasferimento della capitale dell’Impero romano d’Occidente: vicina al mare e rivolta verso Oriente, può offrire infatti una fuga veloce alla corte imperiale. Ed è proprio negli anni a cavallo tra la caduta dell’Impero e il regno ostrogoto di Teodorico che in città vengono realizzati i numerosi monumenti (chiese, mausolei…) che dal 1996 sono patrimonio UNESCO. 

Dante alla corte di Guido Novello, Andrea Pierini 

All’epoca di Dante, Ravenna è governata da Guido Novello Da Polenta che lo accoglie presso la sua corte e lo impiega come diplomatico per le sue ambascerie. Qui Dante riesce infine a rivedere la famiglia dopo i lunghi anni passati solo in esilio e compone buona parte del Paradiso. A Ravenna è possibile visitare la tomba di Dante che racchiude le ossa del poeta, nel corso degli anni oggetto di numerosi spostamenti e nascondigli.  

GUIDO NOVELLO DA POLENTA: L’ULTIMO MECENATE DI DANTE 

Dante arriva a Ravenna verso il 1318 dopo lunghe peregrinazioni ed è ospite di Guido Novello, signore della zona e amante della cultura. Dante è ormai un poeta famoso in tutta Italia e qui trova una buona accoglienza. Durante una missione diplomatica svolta per Guido Novello a Venezia (per maggiori dettagli vai a vedere la puntata su Venezia!) Dante contrae la malattia che lo porta alla morte in poco tempo. Il signore di Ravenna rimane molto colpito dalla sua morte e organizza per lui dei solenni funerali nella basilica di San Francesco. 

Basilica e cripta di San Francesco, Ravenna. 

I DUE INNAMORATI ALL’INFERNO  

Guido Novello, però, non è solo il mecenate di Dante, ma anche il nipote di Francesca da Rimini, uno dei personaggi più noti dell’Inferno. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare dal nome, Francesca nasce proprio a Ravenna e descrive in una terzina i suoi luoghi di origine:  

Siede la terra dove nata fui 

su la marina dove ‘l Po discende 

per aver pace co’ seguaci sui. 

Inferno, Canto V, vv.97-99
La terra dove sono nata (Ravenna) sorge alla foce del Po, dove il fiume si getta in mare per trovare pace coi suoi affluenti. 

Nonostante la parentela con il suo mecenate, Dante colloca senza esitazione Francesca e il suo amante all’Inferno perché si sono resi colpevoli di adulterio e condannati. E come in vita i lussuriosi si sono lasciati trascinare dalla propria passione, così nell’oltretomba le loro anime sono trasportate dal vento senza potersi mai fermare.   

E come d'inverno gli stornelli sono trasportati in volo dalle loro ali, formando una larga schiera, così quel vento trasporta gli spiriti malvagi; 
 
li trascina qua e là, su e giù; non hanno alcuna speranza che li conforti, né di riposo né di una diminuzione della pena. 

 Ma le parole del poeta per i due giovani lasciano intravedere il dolore per la loro morte violenta. Paragona infatti gli amanti a delle colombe che riescono per un attimo a uscire dalla schiera dei dannati per raccontare a Dante la loro storia. È proprio la zia di Guido Novello, Francesca, a parlare, mentre il suo amante piange in silenzio.  

Come le colombe chiamate dal desiderio volano verso il dolce nido, con le ali ferme e alzate, portate dal desiderio,  

allo stesso modo i due uscirono dalla schiera di Didone, venendo a noi attraverso l’aria infernale, tanto forte e affettuoso fu il mio richiamo. 

Francesca sintetizza in pochi versi la loro vicenda, mettendo in evidenza a inizio strofa il motivo forte e indissolubile della loro condanna. La ripetizione crea un suono dolce e musicale, semplice anche da ricordare e queste terzine sono tra le più note dell’opera. 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende  

prese costui de la bella persona  

che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.    

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,  

mi prese del costui piacer sì forte,  

che, come vedi, ancor non m’abbandona.     

 

 

Amor condusse noi ad una morte:  

Caina attende chi a vita ci spense».  

Queste parole da lor ci fuor porte. 

Inferno, Canto V, vv. 100-108
L'amore, che si attacca subito al cuore nobile, prese costui per il bel corpo che mi fu tolto, e il modo ancora mi danneggia. 
 
L'amore, che non consente a nessuno che sia amato di non ricambiare, mi prese per la bellezza di costui con tale forza che, come vedi, non mi abbandona neppure adesso. 
 
L'amore ci condusse alla stessa morte: Caina attende colui che ci uccise». Essi ci dissero queste parole. 

LA PINETA DI CLASSE, UN PARADISO TERRESTRE 

A sud della città di Ravenna si estende la famosa pineta di Classe: una distesa verde di alberi lungo la costa del mare Adriatico. Questa splendida selva ha ispirato Dante per l’ambientazione del Paradiso terrestre, un luogo di pace e purificazione che si trova in cima alla montagna del Purgatorio. Il personaggio Dante nel canto XXVIII si inoltra all’alba in una foresta rigogliosa e profumata e ci descrive la leggera brezza che piega dolcemente i rami degli alberi e non disturba gli uccellini che cantano pieni di gioia. Le immagini che usa per descrivere la scena sono a lui familiari, perché ci dice chiaramente che sono quelle bosco di pini di Classe. 

…ma con piena letizia l’ore prime,  

cantando, ricevieno intra le foglie,  

che tenevan bordone a le sue rime,   

Tal qual di ramo in ramo si raccoglie  

per la pineta in su ‘l lito di Chiassi,  

quand’Eolo scilocco fuor discioglie. 

purgatorio, Canto xxVIII, vv. 19 – 20
(Gli uccellini) con piena gioia, cantando, accoglievano le prime ore del giorno tra le foglie, che facevano accompagnamento ai loro canti, proprio come avviene di ramo in ramo nella pineta sul lido di Classe, quando Eolo scioglie il vento di scirocco. 

Ma non è solo Dante a rimanere affascinato da questo luogo spettacolare: un altro autore importante della letteratura italiana, Giovanni Boccaccio, ambienta proprio qui la novella del Decamerone con protagonista Nastagio degli Onesti. E tra questi alberi passeggiava a cavallo anche Lord Byron che a Ravenna visse un paio di anni scrivendo alcuni dei suoi componimenti. 

Scena di Nastagio degli Onesti illustrata da Sandro Botticelli. 

Il pino domestico è infine il simbolo di Ravenna e lo si vede sullo stemma della città. Lo si riconosce per la caratteristica forma a ombrello e i suoi frutti. Dalle pigne si estraggono i pinoli, semi piccoli ma preziosi, utilizzati nella preparazione di diversi piatti tipici italiani.  

Lo stemma della città con il pino domestico al centro 

IL CIELO STELLATO DI GALLA PLACIDIA 

A Ravenna è possibile visitare numerosissimi monumenti che testimoniano la sua importanza e la sua ricchezza sul finire dell’Impero romano d’Occidente. Fra quelli che forse colpirono di più la fantasia di Dante potrebbe esserci il mosaico del mausoleo di Galla Placidia. Imperatrice romana, fervente cristiana e ostile al paganesimo, Galla Placidia ha a Ravenna il suo mausoleo (inutilizzato).  

Come molti dei monumenti ravennati, il mausoleo è caratterizzato da splendidi mosaici e a colpire il visitatore è soprattutto il cielo ricoperto da centinaia di stelle dorate. Forse anche Dante è rimasto abbagliato da questo splendore e ha scelto così di concludere tutte e tre le cantiche della Divina Commedia con la parola “stelle”.  

salimmo sù, el primo e io secondo,  

tanto ch’i’ vidi de le cose belle  

che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.  

 

E quindi uscimmo a riveder le stelle.  

 

inferno, Canto xxxiv, vv. 136 – 139
(uscendo dall’Inferno, io e Virgilio) salimmo in alto, lui per primo e io dietro, fino a quando vidi gli astri del cielo attraverso un'apertura circolare. E di lì uscimmo per rivedere le stelle. 

Io ritornai da la santissima onda  
rifatto sì come piante novelle  
rinnovellate di novella fronda,  
 
puro e disposto a salire alle stelle

INFERNO, CANTO XXXIV, VV. 136 – 139

Io mi allontanai dal fiume sacro del tutto rinnovato, come le piante giovani che rifioriscono e si coprono di nuove fronde, purificato e pronto per salire alle stelle (in Paradiso). 

A l’alta fantasia qui mancò possa;  

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,  

sì come rota ch’igualmente è mossa,  

 

l’amor che move il sole e l’altre stelle

Paradiso, canto XXXIII, vv. 142-145
Alla mia alta immaginazione qui mancarono le forze; ma ormai l'amore divino, che muove il Sole e le altre stelle, volgeva il mio desiderio e la mia volontà, come una ruota che è mossa in modo uniforme e regolare (Dio aveva appagato ogni mio intimo desiderio). 

La più grande cupola monolitica del mondo

Prima di lasciare Ravenna non si può perdere un altro dei monumenti UNESCO: il mausoleo di Teodorico. Teodorico è stato un re ostrogoto e la sua tomba è un capolavoro dell’architettura di tutti i tempi.  

Voluto da lui stesso, intorno al 500 d.C., è interamente realizzato in blocchi di pietra a secco e ha una pianta di dodici lati. Ma a renderlo unico è soprattutto la sua gigantesca cupola, formata da una pietra unica di quasi 11 metri di diametro e 3 di altezza. Secondo i calcoli la pietra pesa 290 tonnellate ancora oggi non si sa con certezza come tale cupola sia stata trasportata e sollevata.  

PIADINA PER TUTTI!

La piadina romagnola è un piatto tanto semplice quanto strepitoso. Le sue origini sono misteriose, non si hanno infatti notizie certe sulla sua provenienza, ma in Romagna ha trovato sicuramente il posto dove farsi conoscere. Nata come un pane da farcire, la piadina è fatta con farina, sale, acqua e il grasso del maiale (strutto); piegata a metà viene poi farcita con salumi, formaggi e verdure. Ma anche con creme dolci e marmellate. Tra le combinazioni più famose da provare quella con il formaggio squacquerone, il prosciutto crudo e la rucola. Sinonimo di convivialità, potete abbinarle un bicchiere di vino rosso di cui questa zona è grande produttrice. 

Palermo e la Sicilia

In Sicilia ci devi andare perchè:

  • è una regione ricca di miti, storie ed eroi
  • qui nasce la poesia d’amore
  • è la “bella Trinacria” di Dante

Dante non è mai stato a Palermo, ma la città e l’intera regione Sicilia ritornano più volte nelle tre cantiche della Divina Commedia. La città ha una storia antica e movimentata: nel corso dei secoli ha visto le prime colonie fenicie, i Greci, la dominazione romana, quella bizantina, le conquiste di Arabi e Normanni, i regni di Francia e di Spagna. Lo sbarco di Giuseppe Garibaldi a Marsala che ha dato il via all’unificazione del Regno d’Italia. 

Tutti sono rimasti colpiti dalla sua bellezza e dal suo passato, e Dante non fa eccezione: nelle sue pagine descrive paesaggi, poeti e imperatori. 

LA BELLA TRINACRIA

Dante si trova nel Paradiso quando incontra il condottiero Carlo Martello che descrive la Sicilia come la “bella Trinacria”. 

Trinacria è uno degli antichi nomi della Sicilia e potrebbe riferirsi alla particolare forma a triangolo dell’isola. 

E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra ‘l golfo

che riceve da Euro maggior briga, 

non per Tifeo ma per nascente solfo …

Paradiso, Canto VIII, vv.67-70
E la bella Sicilia, che è coperta di caligine tra Pachino e Peloro, sul golfo che è battuto dallo Scirocco, non a causa del gigante Tifeo, ma per lo zolfo che è prodotto dal sottosuolo...

Il numero tre è il simbolo siciliano e lo si ritrova anche nello stemma giallo e rosso che ha al centro un volto di donna circondato da tre gambe piegate. Intorno a lei ci sono le spighe di grano che simboleggiano la fertilità del terreno: la sua posizione e la sua ricchezza hanno reso infatti questo territorio ambito fin dall’antichità. 

Lo stemma della Regione Sicilia 

LA CONQUISTA ARABA 

Nel IX secolo gli Arabi conquistano la regione e inaugurano un periodo di prosperità. Spostano la capitale da Siracusa a Palermo e introducono la coltivazione degli agrumi. La loro è un’eredità che arriva ai nostri giorni: in città si possono vedere tracce di architettura araba e ancora oggi la Sicilia è il maggior produttore di agrumi in Italia. 

I NORMANNI IN SICILIA 

Nell’XI secolo la Sicilia viene conquistata da una nuova popolazione: sono gli uomini provenienti dal Nord Europa, detti Normanni. Con l’autorizzazione del Papa la famiglia degli Altavilla ottiene il controllo dell’isola e del Sud Italia. Alla corte di Ruggero II, il primo re normanno, convivono funzionari cristiani, ebrei e musulmani. 

La cancelleria di Ruggero II. 

Dante dedica a Costanza d’Altavilla, la figlia di Ruggero II, alcuni versi del canto III del Paradiso nei quali ripercorre il passato della donna e mette in evidenza la perseveranza della sua fede cristiana. Costanza, infatti, si trova in convento quando le viene chiesto di uscire e sposare l’imperatore germanico. 
Il poeta la incontra nel Cielo della Luna, dove si trovano le anime che hanno rinunciato ai voti ma non per loro volontà. 

“E quest’altro splendor che ti si mostra 

da la mia destra parte e che s’accende 

di tutto il lume de la spera nostra, 

ciò ch’io dico di me, di sé intende; 

sorella fu, e così le fu tolta 

di capo l’ombra de le sacre bende. 

Ma poi che pur al mondo fu rivolta 

contra suo grado e contra buona usanza, 

non fu dal vel del cor già mai disciolta. 

Quest’è la luce de la gran Costanza 

che del secondo vento di Soave 

generò ‘l terzo e l’ultima possanza”.

Paradiso III, vv. 109-120 
E quest'altro splendore che ti appare alla mia destra e che si accende di tutta la luce del nostro Cielo, capisce bene ciò che io dico di me stessa: fu suora e le fu tolto nello stesso modo il velo dal capo.

Ma dopo che fu rivolta al mondo contro il suo volere e contro ogni buona usanza, tuttavia non fu mai separata dal velo del cuore (continuò a osservare in cuore la regola).

Questa è l'anima della grande Costanza d'Altavilla, che dal secondo imperatore di Svevia (Enrico VI) generò il terzo (Federico II) che fu anche l'ultimo.

L’ULTIMA POSSANZA: FEDERICO II DI SVEVIA

Dal matrimonio di Enrico VI e Costanza d’Altavilla nasce il futuro Federico II e Dante parla di lui definendolo “l’ultima possanza” perché lo considera l’ultimo grande imperatore. 
Federico II è una figura fondamentale per la politica e la cultura del Duecento: come regnante riunisce nelle sue mani la Germania, il Nord e il Sud Italia, come amante dell’arte la Scuola poetica siciliana prende vita nella sua corte. 

Secondo la tradizione Federico II nasce a Jesi, in una tenda.

I funzionari di Federico II e lui stesso, infatti, nel tempo libero si dedicano alla poesia scrivendo alcuni dei primi testi in volgare italiano, molti dei quali dedicati alle donne amate. 

Il giovane Dante si ispira proprio al loro modello per scrivere i suoi componimenti d’amore, nei quali usa uno stile nuovo e gentile che nella Divina Commedia definisce come Dolce Stil Novo

BIONDO ERA E BELLO: MANFREDI E LA FINE DEGLI SVEVI

Il primo personaggio della famiglia sveva che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno, però, è il figlio di Federico II e nipote di Costanza, Manfredi. La sua anima si trova in Purgatorio e Dante lo descrive come bello, giovane e dall’aspetto gentile; ma il suo viso è segnato da una ferita profonda. Manfredi è stato ucciso in battaglia a Benevento e la sua sconfitta ha segnato la fine del potere degli Svevi: il Sud Italia diventa così un dominio prima francese e poi spagnolo fino all’unità d’Italia.  

Miniatura di Manfredi di Hohenstaufen

Io mi volsi ver lui e guardail fiso: 

biondo era e bello e di gentile aspetto, 

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.  

                      

Quand’io mi fui umilmente disdetto 

d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; 

e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.    

           

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, 

nepote di Costanza imperadrice; […]

Purgatorio III, vv. 106-113
Io mi voltai verso di lui e lo guardai attentamente: era biondo, bello e di nobile aspetto, ma uno dei sopraccigli era diviso da un colpo.

Quando gli ebbi detto umilmente di non averlo mai visto, lui ribatté: «Ora guarda»; e mi mostrò una piaga in alto sul petto.

Poi sorridendo disse: «Io sono Manfredi, nipote dell'imperatrice Costanza;
La battaglia di Benevento (1266)

LA SECONDA GUERRA MONDIALE E LO SBARCO AMERICANO 

La Sicilia è uno dei luoghi simbolo anche della storia più recente: da qui inizia la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. Nel luglio del 1943 le truppe alleate sbarcano sull’isola e a Cassabile (in provincia di Siracusa) viene firmata la resa incondizionata. Ma i combattimenti per i soldati angloamericani e per i partigiani italiani dureranno ancora a lungo, fino alla primavera del ‘45. 

In Sicilia ci sono numerosi cimiteri militari a ricordo dei soldati che sono morti qui durante la Seconda guerra mondiale. 

Insieme ai soldati c’è anche il fotografo Robert Capa che realizza alcuni scatti conosciuti in tutto il mondo. Tra questi quello in cui un anziano contadino siciliano indica al soldato americano, col suo bastone, la strada che porta a Sperlinga, un paese in provincia di Enna.

Fotografia di Robert Capa, Sicilia 1943.

LA CUCINA SICILIANA 

Impossibile scegliere un piatto che rappresenti la cucina siciliana. Qualsiasi cosa mangiate sarà eccezionale! Carne o pesce, dolce o salato: non rimarrete delusi. 

Potete iniziare la giornata con un cannolo alla ricotta con granella di pistacchio o una brioche con il gelato, concedervi un arancino a metà mattina e lanciarvi in una pasta alla norma o con le sarde a pranzo. 

Qui sotto trovate un (breve) elenco di alcuni piatti palermitani da provare. 

Pasta al forno

Piatto unico riservato alle occasioni importanti e composto da anelletti (formato di pasta tipicamente siciliano) conditi con ragù di carne, piselli, caciocavallo, prosciutto e melanzane.

Cannoli e cassata

I cannoli sono cialde di pasta fritta arrotolata, mentre la cassata è una torta di pan di Spagna, marzapane e frutta candita, entrambi sono ripieni con crema di ricotta.

Street Food

Numerose sono le specialità: pane ca’ meusa (milza e caciocavallo grattugiato), sfincione (pizza con pomodoro, cipolla e acciughe), arancine (palle di riso impanato e fritto, con ragù di carne o besciamella e prosciutto), pane con panelle e cazzilli (frittelle di farina di ceci e crocchette di patate).

Caponata

Antipasto o contorno composto da melanzane fritte condite con sugo di pomodoro, sedano, cipolla, olive e capperi in salsa agrodolce.

Involtini di carne

Secondo a base di sottili fette di carne avvolte, ripiene di pangrattato, aromi e dadini di salumi e formaggi, infilzate in uno spiedino alternate a fette di cipolla e foglie di alloro.

Sarde a beccafico

Secondo composto da filetti di sarde arrotolati, imbottiti di pangrattato e pinoli. Si tratta di una rielaborazione popolare di un piatto aristocratico a base di beccafichi.

Pasta con le sarde

Primo di pasta, sarde e finocchietto selvatico arricchiti con uva passa e pinoli. Secondo la tradizione fu invenzione di un cuoco dell’esercito arabo durante la campagna di conquista della Sicilia.

Polpo bollito

Piatto molto semplice costituito da tocchetti di polpo fresco, bollito in acqua bollente e servito con succo di limone. Lo si trova facilmente per strada su bancarelle e nei mercati storici.

Brioche con gelato

Si tratta di una brioche farcita con gustoso gelato. Le gelaterie palermitane offrono numerose possibilità di scelta tra i tantissimi gusti disponibili.

Viva Palermo e Santa Rosalia

Santa Rosalia è la patrona della città di Palermo e il suo culto è molto diffuso in tutta la regione. Nel mese di luglio il capoluogo siciliano organizza il Festino: un grande evento popolare che dal 10 al 15 luglio festeggia la vittoria sulla peste del ‘600, quando la malattia stava facendo una strage dei cittadini palermitani. 

La notte del 14 luglio una grande processione parte dalla cattedrale e arriva al mare. La statua della santa, ogni anno nuova, viene trainata su un grande carro a forma di barca tra canti, musica e preghiere di devozione. All’incrocio detto dei Quattro canti il sindaco in carica depone ai piedi della statua un mazzo di fiori e grida “Viva Palermo e Santa Rosalia!” e quando infine il carro arriva in riva al mare inizia uno spettacolo di fuochi d’artificio. 

PALERMO 15.07.2002 – CONTESTATA DAI PALERMITANI LA FESTA DELLA PATRONA. (FESTINO DI SANTA ROSALIA). GUASTI E CATTIVA ORGANIZZAZIONE HANNO FUNESTATO LA FESTA. IL CARRO DELLA SANTA.

Il giorno dopo ci sono delle messe solenni e di nuovo c’è una processione per le strade della città, questa volta con le sacre reliquie della santa. In questa occasione il vescovo dà un messaggio alla città, poi il corteo torna alla cattedrale: qui la benedizione e i fuochi d’artificio chiudono i festeggiamenti. 

Questa festa tradizionale, a cui i palermitani sono molto affezionati, non è la sola dedicata alla Santa: il 4 di settembre, infatti, si ricorda il giorno della sua morte e si festeggia al Santuario dedicato a lei sul Monte Pellegrino, il promontorio della città. 

Palermo: tradizioni

Il gioco delle carte

https://www.palermoviva.it/palermo-e-la-passione-per-il-gioco-con-le-carte/

malocchio e fatture

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la festa dei morti

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la leggenda della manna

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Carnevale

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il carretto siciliano

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gastronomia

palermoalcentro.com

Perugia e Assisi

A Perugia e Assisi ci devi andare perché: 

  • un monte è diventato da Colle dell’Inferno a Colle del Paradiso 
  • ad Assisi è nato San Francesco 
  • se ami il cioccolato, Perugia saprà stupirti
Veduta di Assisi

Perugia e Assisi si trovano in Umbria, una regione chiamata il “cuore verde d’Italia” per la sua posizione centrale e le colline ricoperte di boschi. 

Entrambe le città hanno una storia antica: a Perugia si possono vedere ancora parti delle mura etrusche, costruite prima del V secolo a.C. intorno ai colli su cui è nato il capoluogo. 
Esplorando questi luoghi, preparati a salire e scendere per ripide strade. 

Anche Dante parla delle colline e montagne umbre quando nel canto XI del Paradiso fa una descrizione geografica molto precisa di Perugia ma soprattutto di Assisi, definita come un nuovo Oriente perché qui è nato “un nuovo sole”: San Francesco. 

Dal Medioevo all’Unità d’Italia

Perugia e Assisi sono due antiche città del centro Italia, si trovano nella regione Durante il Medioevo Perugia e Assisi appartengono allo Stato pontificio, ma nel 1860 si uniscono al Regno d’Italia, la nazione che si sta formando in quegli anni.

Il processo di unificazione italiana ridimensiona infatti i territori governati dal Papa e li riduce al Lazio e alla città di Roma. Nel 1870 anche Roma viene conquistata e scelta per diventare la capitale e il pontefice resta sovrano solo di Città del Vaticano.

Assisi: la città di San Francesco

Assisi, invece, è famosa come meta turistica e di devozione legata alla figura di San Francesco, nato in questa cittadina tra il 1181 e il 1182. Francesco è il fondatore dell’ordine omo

Assisi è famosa come meta turistica e di devozione, perché è la città dove, tra il 1181 e il 1182, è nato San Francesco. 

Fondatore dell’ordine omonimo dei frati francescani, Francesco è stato un grande riformatore della Chiesa medievale perché ha difeso con forza l’idea di una Chiesa povera e vicina agli ultimi.

Figlio di un ricco mercante di stoffe aveva scelto, in polemica con il padre e i religiosi dell’epoca, una vita di preghiera e di povertà. Proprio questi aspetti di profondo rigore ispirano il ritratto che Dante fa di lui nel canto XI del Paradiso: Francesco è amante di Madonna Povertà. 

Assisi – Basilica inferiore di S. Francesco.
Giotto, Allegoria della Povertà, S. Francesco sposa la Povertà.

San Francesco d’Assisi è il santo protettore d’Italia insieme a Santa Caterina da Siena, e viene considerato l’iniziatore della letteratura in lingua italiana con il suo splendido Cantico delle Creature il cui testo riportiamo qui sotto (sicuramente l’avete già sentito letto o cantato!).  

Basilica Superiore di Assisi, Giotto, Storie di San Francesco, La predica agli uccelli.

Cantico delle creature

Basilica Superiore di Assisi, Giotto, Storie di San Francesco, La predica agli uccelli.  

Altissimu, onnipotente bon Signore, 

Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione. 

 

Ad Te solo, Altissimo, se konfano, 

et nullu homo ène dignu te mentovare. 

 

Ad Te solo, Altissimo, se konfano, 

et nullu homo ène dignu te mentovare. 

 

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature, 

spetialmente messor lo frate Sole, 

lo qual è iorno, et allumini noi per lui. 

 

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: 

de Te, Altissimo, porta significatione. 

 

Laudato si’, mi Signore, per sora Luna e le stelle: 

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. 

 

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento 

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, 

per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento. 

 

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua. 

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. 

 

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu, 

per lo quale ennallumini la nocte: 

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte. 

 

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra, 

la quale ne sustenta et governa, 

et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. 

 

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore 

et sostengono infrmitate et tribulatione. 

 

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace, 

ka da Te, Altissimo, sirano incoronati. 

 

Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, 

da la quale nullu homo vivente pò skappare: 

guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; 

beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, 

ka la morte secunda no ‘l farrà male. 

 

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate 

e serviateli cum grande humilitate. 

Ad Assisi si può visitare la Basilica di San Francesco, iniziata due anni dopo la morte del santo per custodire le sue spoglie. La zona era dove avvenivano le esecuzioni a morte e seppelliti i malfattori e per questo era chiamata Colle dell’Inferno. Ma con la costruzione della basilica venne rinominata Colle del Paradiso. È divisa in due chiese: quella inferiore è più bassa e oscura, per invitare al silenzio e alla penitenza. Quella superiore, invece, è ariosa e slanciata verso il cielo. Patrimonio Unesco, conserva i magnifici affreschi di Simone Martini, Cimabue, Giotto. 

Nel settembre del 1997 un forte terremoto ha colpito le regioni Umbria e Marche, provocando otto vittime e gravi danni alla Basilica di San Francesco, dove ha ceduto la volta e sono andati distrutti affreschi di Giotto e Cimabue. 

L’altro luogo simbolo del santo è la Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, fuori città. All’interno della maestosa basilica c’è una chiesetta più piccola, la Porziuncola, detta così perché sorgeva su una piccola porzione di terreno. Questa chiesetta, abbandonata, è stata restaurata direttamente da San Francesco che qui capisce la sua vocazione e fonda l’ordine dei francescani. E sempre qui il santo compone il Cantico delle creature e muore nel 1226. 

Calendimaggio

Assisi è protagonista ogni anno di una manifestazione storica chiamata Calendimaggio che festeggia il ritorno della primavera riallacciandosi a tradizioni antiche risalenti anche all’antico popolo degli Umbri. In occasione di questa festa le due fazioni cittadine, la Nobilissima Parte de Sopra e la Magnifica Parte de Sotto, si sfidano in gare di canto, ballo, cortei in abiti medievali.

Nel passato, soprattutto nel XIV secolo quando in città si vivevano le forti tensioni politiche fra guelfi e ghibellini, la festa di Calendimaggio restava l’occasione di incontro e sfida giocosa e non fu mai interrotta.  

Perugia: arte, jazz & cioccolato

Perugia oggi è una città ricca di storia e monumenti e dal 1921 è la sede della prima università italiana per stranieri, che diffonde la lingua e la cultura italiane nel mondo. 

Il suo simbolo è la Fontana maggiore: posizionata nella piazza centrale, è un capolavoro dell’arte medievale con due grandi vasche che raffigurano i mesi dell’anno e i simboli zodiacali – sotto, e i santi e altri personaggi della Bibbia – sopra. 

Ma la città non è famosa solo per i suoi monumenti: a inizio ‘900 nasce qui la Perugina, un laboratorio che all’inizio produce confetti, ma in breve tempo si specializza nella vendita di cacao in polvere. Nel 1922 Luisa Spagnoli ha un’idea geniale: crea dei cioccolatini con granella e una nocciola intera in cima, tutti incartati con un bigliettino che contiene un breve messaggio, quasi sempre una frase d’amore. Diventano molto famosi, un regalo perfetto.  . 

Nella foto, Luisa Spagnoli, una delle fondatrici della Perugina 

E dal 1994 ogni anno a ottobre a Perugia c’è Eurochocolate: una fiera internazionale del cioccolato con stand, incontri, degustazioni ed eventi. Un’occasione per scoprire (e assaggiare!) tutte le forme del cioccolato 

Luglio, invece, è il mese degli amanti della musica: da quarant’anni a Perugia va in scena il festival Umbria Jazz. Nato grazie al commerciante Carlo Pagnotta come una piccola manifestazione locale, l’evento ha avuto subito un enorme successo. In estate anima il cuore della città per dieci giorni con appassionati provenienti da tutto il mondo e ospiti del calibro di Elton John, Carlos Santana ed Eric Clapton. 

Marcia per la Pace

Ogni anno le due città di Perugia e Assisi sono unite da una marcia che per la prima volta si è tenuta nel 1961 su iniziativa di Aldo Capitini e su modello dei pacifisti anglosassoni per la pace e la fratellanza fra i popoli. Per la prima volta in quell’occasione è stata anche utilizzata la bandiera della pace, simbolo dell’opposizione non violenta a tutte le guerre. 

Torta al testo

La torta al testo è un piatto tipico umbro, una focaccia cotta su un piatto di ghisa chiamato “testo” e quindi farcita a piacere con i prodotti della norcineria locale. Originariamente la cottura su testo risale all’usanza romana di cuocere su una tegola di terracotta (“testum”). 

Venezia

A Venezia ci devi andare perchè

  • è soprannominata la “Serenissima”;
  • le sue strade sono fatte di acqua e si gira in gondola o vaporetto: no a macchine e biciclette! 
  • qui lo spritz è d’obbligo 

Non lontano da Verona si trova la città di Venezia. Famosa in tutto il mondo, è citata da Dante nel canto XXI dell’Inferno e il poeta stesso fu a Venezia nel 1321 come ambasciatore. Tornando da questo viaggio si ammalò di malaria e morì nel settembre dello stesso anno a Ravenna.  

Come nell'Arsenale dei Veneziani d'inverno bolle la pece viscosa per riparare le loro navi danneggiate, 
 
poiché non possono navigare, così alcuni costruiscono uno scafo nuovo e altri riparano le fiancate alle navi che fecero molti viaggi in mare; 
 
alcuni battono i chiodi da prora o da poppa; altri riparano i remi e avvolgono le sartie; altri rappezzano il terzerolo e l'artimone); 
 
così laggiù bolliva una spessa pece, non per un fuoco ma per arte divina, la quale invischiava ogni lato delle pareti della Bolgia. 

UN INFERNO SCURO E BOLLENTE COME LA PECE  

Dante e Virgilio stanno scendendo nelle profondità dell’Inferno. Attraversando un ponte, Dante vede sotto di lui una materia nera che ribolle e che gli ricorda la pece con cui a Venezia, quando in inverno non si può navigare per il cattivo tempo, vengono riparate le imbarcazioni.  

Il poeta si ferma a osservare e vede solo delle bolle che salgono in superficie e scoppiano. Ma ben presto scopre che in quella sostanza incandescente ci sono delle anime dannate: si tratta dei barattieri, cioè delle persone corrotte che avevano dei ruoli di potere e in cambio di denaro scambiavano favori. 

IL LUOGO: L’ARSENALE DI VENEZIA 

Dante conosceva l’Arsenale di Venezia perché era stato nella città come ambasciatore e probabilmente era rimasto colpito dall’immagine degli uomini che ci lavoravano. Nella Divina Commedia, infatti, descrive dettagliatamente chi usa la pece per riparare gli scafi di legno, chi ripara i remi danneggiati, chi cuce le vele. L’Arsenale di Venezia era davvero un luogo fuori dal comune: costruito intorno al 1100 d.C., secondo alcuni è stato per molti secoli il cantiere navale più grande del mondo.  

Dopo la morte di Dante, i veneziani in segno di riconoscenza diedero alle abitazioni assegnate ai tre Provveditori (magistrati che si occupavano dell’amministrazione dell’Arsenale) i nomi delle cantiche della Divina Commedia: si tratta della Caxa de l’Inferno e del Purgatorio, ancora esistenti, e della Caxa del Paradiso. Caduto in disuso alla fine della Prima guerra mondiale, oggi una parte dell’Arsenale ospita la Biennale di Venezia, una mostra internazionale dedicata ad anni alterni all’architettura e all’arte. Altri spazi, invece, sono ancora usati dalla Marina militare italiana.  

L’Arsenale di Venezia. Fontehttps://www.comune.venezia.it/it/arsenaledivenezia 

IL BUSTO DI DANTE 

All’Arsenale si può arrivare via mare o via terra e a destra della grande Porta di terra si trova ancora oggi un busto di Dante. L’opera ha una storia particolare legata ai movimenti patriottici italiani dell’Ottocento ed è stata portata da Pola (oggi città della Croazia) a Venezia, come ricorda la lapide sottostante.  

Per i patrioti che volevano l’unità e l’indipendenza italiane, Dante era diventato un simbolo della lingua, della cultura e della libertà politica.  

Venezia e Pola erano entrambe in quel periodo sotto il dominio dell’impero austriaco; quando la prima entrò a far parte dell’Italia nel 1866 (mentre Pola rimaneva sotto gli austriaci) il busto del poeta venne trasferito.  

CITTÀ DI SANTI, NAVIGATORI E MERCANTI

Vista dall’alto Venezia ha la forma di un pesce circondato da numerose isole nella laguna del mar Adriatico. Costruita in parte sulla terraferma e in parte su milioni di pali impiantati a una profondità di circa otto metri, la città è unica al mondo per i canali che la attraversano. Qui non si vedono né macchine né biciclette: per spostarsi ci sono traghetti, motoscafi e per i più romantici, le gondole. 

Venezia ha una storia millenaria e al centro delle vicende europee. Abitata fin dai tempi antichi, diventa nel Medioevo una potenza marittima grazie alla sua posizione di collegamento tra l’Europa e l’Asia. Chiamata anche la Serenissima, è una Repubblica marinara ricca e potente e i suoi abitanti sono marinai e mercanti esperti che girano il mondo.  

Sono due veneziani che nel IX secolo portano in città le spoglie dell’evangelista San Marco che in vita aveva predicato in questa zona. Nel 1036 inizia la costruzione della basilica dedicata al santo e il suo simbolo, un leone alato, diventa anche quello della città.

Da Venezia parte anche il giovane Marco Polo con il padre e lo zio mercanti, attraversa l’Asia fino ad arrivare in estremo Oriente, dove conquista la fiducia dell’imperatore cinese. Tornato a Venezia è fatto prigioniero in guerra e nel periodo in carcere fa scrivere nel libro Il Milione le sue avventure nelle terre lontane. 

Fino al 1800 Venezia difende la sua indipendenza e libertà: non ha re o imperatori a governarla, ma un gruppo di aristocratici a capo dei quali c’è il doge. In seguito, dopo un periodo sotto il dominio dell’impero austriaco, nel 1866 entra a far parte dell’Italia. Il palazzo dei dogi è visitabile in piazza San Marco di fianco alla basilica.

Piazza San Marco, la basilica e il palazzo dei dogi

Oggi la città è una delle mete più amate dai turisti e sede di eventi culturali famosi come la Mostra di Venezia, il festival cinematografico in cui sfilano le star hollywoodiane, e il Carnevale. Meglio abbandonare la cartina per avventurarsi nelle calli: ovunque finiate, anche perdendovi, vi aspettano giardini nascosti, splendidi palazzi, viste sui canali e piccole piazze (attenzione: qui le chiamano campi) dove fermarsi per uno spritz.

LE ISOLE E LA LAGUNA

Intorno a Venezia, una corolla di isole grandi e piccole raggiungibili con il vaporetto.

  • Burano, famosa per la produzione dei merletti; 
  • Murano, dove da secoli si lavora il vetro nelle fornaci; 
  • Pellestrina, caratterizzata da dune sabbiose e alti canneti; 
  • Torcello, uno degli insediamenti umani più antichi della zona, è riconoscibile per la cattedrale di Santa Fosca. Qui soggiornò a lungo Ernest Hemingway che usò questi luoghi come ambientazione di Across the river and into the trees;
  • Isola del Lazzaretto, che nel 1423 fu scelta dal Senato della Serenissima per istituire – primo lazzaretto del mondo – un ospedale destinato alla cura e all’isolamento dei malati di peste.
Cattedrale di Santa Fosca sull’isola di Torcello nella laguna veneziana

PIATTI TIPICI

Lo spritz 

A base di prosecco, bitter e selz, lo spritz veneziano è diventato famoso in tutto il mondo come bevanda per l’orario dell’aperitivo e qui lo si può ordinare dappertutto. Nella città lagunare viene servito con una fettina di arancia o limone e con dentro un’oliva. 

Moeca

La moeca è un granchio verde tipico della laguna che viene pescato due volte l’anno, quando il crostaceo perde il suo guscio rigido e da qui il suo nome (moeca significa morbido). Pescati con metodi antichi tramandati di padre in figlio, i piccoli granchi vengono fritti e si possono trovare in poche rosticcerie tradizionali della città.

Il fegato alla veneziana è un piatto robusto e saporito, tra i più apprezzati dalla tradizione culinaria veneta, che viene servito accompagnato dalla polenta calda. Questa è una preparazione antica, le sue origini risalgono addirittura ai Romani che lo servivano con i fichi, per smorzare in parte il suo gusto deciso. Con il tempo i fichi sono stati sostituiti dai veneziani con le cipolle, regalandoci questo piatto semplice e prelibato.

COSA ANDARE A VEDERE 

Festa del Redentore

Evento molto sentito dai veneziani che ricorda la costruzione della Chiesa del Redentore nel 1575-77 quale ex voto per la liberazione della città dalla peste. 

Ogni anno, la terza domenica di luglio, viene costruito un lungo ponte fatto di barche che collega le Fondamenta delle Zattere all’isola della Giudecca, permettendo alla processione di arrivare a piedi alla Chiesa del Redentore.

I fuochi d’artificio per la festa del Redentore

Verona

A Verona ci devi andare perchè…

  • è la città dove Dante è stato ospite per sette anni durante l’esilio;
  • è la città di Romeo e Giulietta;
  • i concerti si vedono in un’arena romana.

Lo primo tuo refugio

Non si parla molto della permanenza di Dante a Verona, eppure fu la sua prima destinazione dopo l’esilio da Firenze. Dante soggiornò a Verona, città liberale e ghibellina, agli inizi del Trecento sotto Bartolomeo della Scala e di nuovo tra il 1312 e il 1318 durante la signoria di Cangrande. Vi rimase almeno sette anni scrivendo parte della Divina Commedia, nella quale ci sono molti riferimenti alla città e ai suoi personaggi storici. Gli eredi di Dante tuttora vivono a Verona.

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che ‘n su la scala porta il santo uccello;

ch’in te avrà sí benigno riguardo

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che, tra li altri, è più tardo.

DIVINA COMMEDIA, PARADISO XVII, VERSI 70 – 75.
Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora sarà la gentilezza del gran Lombardo che sul suo stemma porta l’uccello sacro (aquila imperiale) sopra la scala

che avrà così benevolo riguardo nei tuoi confronti, che fra voi due riguardo al fare e al chiedere sarà prima quello che tra gli altri solitamente viene dopo (non avrai bisogno di chiedere perché lui anticiperà i tuoi desideri).
Targa con citazione dalla Divina Commedia all’interno dei palazzi Scaligeri dove Dante trovò ospitalità.

Sono le parole di Cacciaguida, antenato di Dante, che gli profetizza l’esilio e l’ospitalità che troverà a Verona. Il poeta incontra Cacciaguida in Paradiso, nel Cielo di Marte, quello degli Spiriti combattenti per la fede. Il gran Lombardo è Bartolomeo. La scala è lo stemma degli Scaligeri che ancora oggi si vede sui monumenti della città, affiancato alle ali dell’aquila simbolo del vicariato imperiale degli Scaligeri.

La descrizione dello stemma scaligero nella Divina Commedia coincide con quello di Bartolomeo sul monumento funebre (Arche Scaligere) che si trova in centro città.

Dante e l’amore tra Romeo e Giulietta

Le varie versioni della storia di Giulietta e Romeo ambientano il dramma proprio nei pochi anni in cui Bartolomeo della Scala era signore di Verona.

Sulla facciata della cosiddetta casa di Romeo c’è il passo della Divina Commedia in cui Dante parla di Montecchi e Cappelletti vicino ai versi di Shakespeare. Molti ritengono che questo passo della Divina Commedia sia la prova che quella di Romeo e Giulietta non sia solo una leggenda. Altri pensano invece che sia stato proprio Dante a ispirare la storia.

O Alberto d’Asburgo (tedesco), che abbandoni costei diventata indomabile e selvaggia, mentre dovresti inforcare i suoi arcioni, 

una giusta punizione cada sulla tua discendenza, e sia insolita ed evidente così che il tuo successore ne abbia timore!

Perché tu e tuo padre avete permesso, distratti dalla cupidigia degli interessi di quel luogo (Germania), che il giardino dell’impero (l’Italia) fosse abbandonato?

Vieni, uomo senza cura (dell’Italia) a vedere Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi: quelli già decaduti, e questi con la paura (di andare in rovina)!

Dante accusa l’imperatore Alberto I d’Asburgo di abbandonare l’Italia, diventata una bestia sfrenata, mentre dovrebbe essere lui a cavalcarla. Si augura che il giudizio divino colpisca duramente lui e i discendenti, perché il successore ne abbia timore. Infatti Alberto e il padre (Rodolfo d’Asburgo) hanno lasciato che il giardino dell’Impero fosse abbandonato: Alberto dovrebbe venire a vedere le lotte tra famiglie rivali, gli abusi subìti dai suoi feudatari, la rovina della contea di Santa Fiora. Si parla del sanguinoso scontro tra Guelfi e Ghibellini in cui Dante stesso rimase coinvolto. Quale potrà mai esser la causa della tristezza che Dante attribuisce alle famiglie rivali Montecchi e Cappelletti?

Brunetto Latini e il Palio Verde

A Verona Dante vide anche il famoso palio che per secoli si corse nella città scaligera. L’immagine della moltitudine di uomini che, per aggiudicarsi un prezioso drappo di lana verde, correvano a perdifiato sullo sterrato dell’antica via Postumia viene usata da Dante per descrivere il supplizio del girone in cui incontra Brunetto Latini. Brunetto, scrittore e poeta, era stato maestro di Dante quando era giovane; si trova all’Inferno perché accusato di essere un sodomita.

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

DIVINA COMMEDIA, INFERNO XV, VERSI 121-124
Poi (Brunetto Latini) si voltò indietro e sembrò uno di quelli che corrono il palio a Verona per il drappo verde, nella campagna; e sembrò di quelli uno che vince, non colui che perde.

Nei dintorni di Verona, come in altre città italiane, si correva il palio: una gara di velocità che prendeva il nome dal drappo che il vincitore otteneva come premio. 

Il Mecenate di Dante: Cangrande della Scala

La prima volta che Dante era stato a Verona, ospite di Bartolomeo della Scala, aveva incontrato Cangrande che all’epoca aveva solo nove anni. Quando Dante tornò di nuovo a Verona nel 1312, Cangrande era diventato il signore della città. Il poeta, forse, vedeva in lui quell’ideale di forza militare, di nobiltà d’animo e di abilità politica che avrebbe permesso la pacificazione dell’Italia, ormai diventata “selvaggia”. Dante lavorò al servizio di Cangrande, redigendo lettere e testi, e compiendo missioni diplomatiche.

Con lui (Bartolomeo) conoscerai quello (Cangrande) che fu così tanto influenzato da questo pianeta (Marte) alla nascita, che le sue imprese saranno straordinarie.

Le genti non se ne sono ancora accorte a causa della giovane età, perché questi cieli hanno ruotato intorno a lui solo nove anni.

Affidati a lui e ai suoi benefici; per causa sua molta gente sarà trasformata, cambiando la propria condizione sia che siano ricchi o poveri.

Nel Paradiso Dante incontra il suo antenato Cacciaguida che gli predice l’esilio e l’ospitalità di Cangrande a Verona. Cangrande alla nascita è stato fortemente influenzato dal pianeta Marte, per questo le sue imprese saranno straordinarie. Nessuno lo sa ancora perché ha solo nove anni, ma il suo valore risplenderà chiaramente. Quindi Dante dovrà attendere il suo aiuto e i suoi favori.

Tra le Arche Scaligere c’è anche la grande tomba di Cangrande, morto in circostanze misteriose nel 1329.

L’Arena di Verona

Non è certo, ma guardando l’interno a gradoni dell’Arena, un antico anfiteatro romano, viene subito in mente la struttura a gironi concentrici dell’Inferno di Dante. Stando alla cronologia più accreditata, Dante inizia a scrivere il suo capolavoro dopo essere stato a Verona e aver certamente visto l’Arena. 

L’Arena di Verona, dove oggi ci sono concerti e rappresentazioni liriche.

Un’altra ipotesi sulle fonti di ispirazione riguarda il portale in bronzo di San Zeno. Osservando le figure luminose che emergono dal bronzo scuro dei bassorilievi del portale si pensa subito alla famosa porta dell’Inferno.
Dante conosceva bene l’abbazia di San Zeno, tanto che nel Purgatorio incontra l’abate che ne era a capo al tempo della sconfitta di Milano da parte di Federico Barbarossa.

Il Carnevale Veronese

Risalente al XVI secolo, il carnevale veronese risulta uno dei più antichi d’Italia. Le maschere che s’incontrano durante la sfilata del Venerdì Gnocolar sono tante quanto i quartieri di Verona. E i veronesi, dopo aver mangiato, come da tradizione, gli gnocchi fatti in casa, partecipano attivamente alla sfilata salendo sui colorati carri allegorici. Tra questi il più bello viene premiato con il bogón d’or.

Il Risotto Tastasal

Il nome “Tastasal” significa letteralmente “testare, assaggiare il sale” ed era una procedura usata per verificare che l’impasto per i salumi fosse corretto nella salatura. Il Tastasal quindi altro non è carne di maiale tritata grossolanamente e lavorata a mano con sale, pepe macinato e un pochino d’aglio, e che veniva usata per condire il risotto in modo da capire il grado di salatura.

Da allora, è divenuto uno dei primi piatti della tradizione veronese.

Pisa

A Pisa ci devi andare perchè…

  • è la città del “cannibale” più famoso della Divina Commedia;
  • con pochi euro si mangia un panino strepitoso;
  • il Capodanno pisano non si festeggia il 31 dicembre.

Ahi Pisa, vituperio de le genti 

del bel paese là dove ’l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti, 

muovasi la Capraia e la Gorgona, 

e faccian siepe ad Arno in su la foce 

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Inferno, canto XXXIII, vv. 78 – 84
Ahimè, Pisa, vergogna dei popoli del bel paese (l'Italia) dove risuona il «sì», poiché i vicini sono lenti a punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona, e ostruiscano la foce dell'Arno, in modo che il fiume anneghi ogni tuo abitante!

PISA (aggettivo: pisano/a)

Pisa nel Medioevo è una città forte e potente, una delle quattro

repubbliche marinare italiane che commercia con tutto il mondo. 

Pisa non si trova direttamente sul mare, ma arriva facilmente alle

acque del Mar Tirreno grazie al fiume Arno. Dalle sue spedizioni

marittime arrivano i soldi con cui costruire Piazza dei Miracoli,

il luogo famoso in tutto il mondo per il Duomo, il Battistero e,

soprattutto, per la Torre pendente.

Pisa non va d’accordo con le altre città toscane (e il giudizio di Dante su di lei è molto negativo), ma la sua grande nemica è un’altra repubblica marinara: Genova. Nel 1284 le due città si scontrano in una battaglia durissima, chiamata della Meloria: vince Genova e per Pisa inizia il declino. Tra i prigionieri pisani portati nelle prigioni di Genova c’è anche Rustichello da Pisa, l’uomo che ha scritto sotto dettatura di Marco Polo il libro di racconti di viaggio diventato famoso con il titolo “Il Milione”. Tra i pochi uomini che non hanno perso delle navi nella battaglia c’è un conte, Ugolino della Gherardesca.  

LA TORRE DEL CONTE UGOLINO

Dopo la battaglia della Meloria, il conte Ugolino della Gherardesca diventa uno degli uomini più importanti di Pisa, stipula degli accordi di pace con Firenze e Lucca, si scontra con Genova. Molti pisani però non si fidano di lui, la politica cambia in fretta e nel 1289 lui, i figli e i nipoti vengono fatti prigionieri e chiusi in una torre. La chiave viene gettata nel fiume Arno e i prigionieri sono lasciati morire di fame. La sua casa viene distrutta e viene dato il divieto di costruire altri palazzi in quel punto. 

Dante ha solo quattro anni quando succede questo evento, ma lo rende famoso inserendolo nella Divina Commedia. Dante fa nascere il dubbio che il conte, spinto dalla fame, abbia mangiato i suoi stessi figli.

Dopo che fummo arrivati al quarto giorno, Gaddo [figlio quartogenito di Ugolino] mi si gettò ai piedi  disteso dicendo: "Padre mio perché non mi aiuti?".

E lì se ne morì; e come tu ora vedi me, così io vidi gli altri tre cadere uno ad  uno tra il quinto e il sesto [giorno], finché io stesso cominciai 

già cieco, a brancolare sopra ognuno di loro chiamandoli per altri due giorni dopo la loro morte, poi più che il dolore mi uccise la fame.

Quand'ebbe detto questo, con gli occhi biechi riprese il misero teschio [dell’Arcivescovo] coi denti che nell’addentare l’osso furono forti come quelli di un cane.

La torre dove Ugolino è stato rinchiuso con i suoi figli esiste ancora e si trova in piazza dei Cavalieri, una delle più belle di Pisa; si riconosce facilmente perché ha sopra un grande orologio.

Dentro la torre oggi c’è un museo che racconta la storia del conte Ugolino, a fianco invece c’è il Palazzo della Carovana, sede di una delle università più prestigiose d’Italia.

IL PANINO CON LA CECINA

La cecina è un piatto povero fatto di farina di ceci, acqua, sale e olio. Tanto olio. L’impasto si mette nel forno a legna, e si mangia poi dentro a un panino. La ricetta ha tante varianti e si può trovare a Pisa, Livorno, Lucca ma anche a Genova e in Liguria. La leggenda dice che fosse il piatto tipico dei marinai delle due Repubbliche.

Rivali sì, ma non in cucina!

IL CAPODANNO PISANO

Fino alla metà del XVIII secolo a Pisa non si festeggia il 1° gennaio, così come siamo abituati noi, ma il 25 marzo, in occasione della festa dell’Annunciazione della Vergine Maria. E ogni 25 marzo, esattamente a mezzogiorno, un raggio di sole colpisce un punto preciso del Duomo, segnando così l’inizio del nuovo anno. Se il raggio di sole non c’è (per esempio in una giornata di pioggia) viene considerato un cattivo auspicio. La giornata inizia con un corteo storico che sfila nel centro città con persone in costume per ricordare il periodo in cui Pisa era una repubblica marinara e i giocatori del Gioco del Ponte. La festa finisce con una cerimonia religiosa all’interno del Duomo e l’annuncio del sindaco della città che un nuovo anno ha inizio. 

Nei giorni prima in tutta la provincia sono organizzati eventi e spettacoli, la notte del 24 marzo molti ristoranti organizzano il cenone di fine anno e Pisa offre uno spettacolo di fuochi d’artificio sparati dalle barche sul fiume Arno. Il 25 marzo 2021 non è stato solo il capodanno pisano (con meno festeggiamenti a causa della pandemia) ma anche il Dantedì, cioè la giornata nazionale per festeggiare Dante!

A POCHI CHILOMETRI DA PISA: LUCCA

«Questi pareva a me maestro e donno, 

cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte 

per che i Pisan veder Lucca non ponno».

Inferno, canto XXXIII, vv. 28-30
Quest’uomo (Ruggieri) mi sembrava fosse il capo di una battuta di caccia al lupo e ai lupacchiotti su per il monte che impedisce ai Pisani di vedere la città di Lucca. 

A 20 chilometri da Pisa c’è la cittadina di Lucca. Fra le due si trova il monte Pisano come racconta Dante nella Divina Commedia. La caratteristica di Lucca sono le mura, costruite nel XVI secolo e che si sono conservate intatte. Si può camminare sopra i bastioni, oggi trasformati in un parco, o infilarsi tra le vie del centro fino ad arrivare a piazza dell’Anfiteatro. La piazza ha una forma ovale perché è stata costruita sui resti di un antico teatro romano. In cima alla città si trova un giardino alberato, dal quale la vista è bellissima. Infine, a novembre, per chi è appassionato di manga, fumetti e graphic novel c’è il festival “Lucca Comics and Games” .

Siena

A Siena ci devi andare perchè…

  • è la città del palio
  • è attraversata dalla via Francigena
  • solo lì si mangiano i pici originali

«Deh quando tu sarai tornato al mondo,e riposato della lunga via»seguitò il terzo

spirito al secondo, «ricorditi di me, che son la Pia.Siena mi fe’, disfecemi

Maremma:salsi colui che innanellata pria, disposando, m’avea con la sua gemma.

Purgatorio V, vv. 130-136
«Orsù, quando sarai tornato sulla Terra e avrai riposato per il lungo cammino», proseguì un terzo spirito dopo il secondo, «ricordati di me, che sono Pia (della famiglia dei Tolomei); nacqui a Siena e fui uccisa in Maremma; lo sa bene colui che prima, sposandomi, mi aveva inanellata con la sua gemma (mi aveva dato l'anello nuziale)».


Pia dei Tolomei chiede a Dante di ricordarsi di lei per migliorare la sua situazione nel Purgatorio e racconta la sua triste storia: è nata a Siena, ma ha sposato un nobile della Maremma, Nello Pannocchieschi. Lui ha ingiustamente accusato Pia di tradimento e l’ha uccisa spingendola da una finestra del castello.

SIENA

Siena è una famosa città toscana, storica rivale di Firenze è citata molte volte da Dante nella Commedia.  Siena ha origini molto antiche e particolari: è una delle pochissime città medioevali che non è stata fondata su un fiume. Questo ha spinto gli abitanti a creare un acquedotto sotterraneo  (i bottini) ancora perfettamente funzionante per alimentare le fonti d’acqua presenti in città.

Nel corso del Medioevo Siena era molto importante perché il suo territorio era (ed è ancora) attraversato dalla via Francigena, su cui passavano (e passano) i pellegrini che dal nord Europa erano diretti a Roma. 

Per tutto il Medioevo Siena ha fieramente resistito ai tentativi di espansione della vicina Firenze, fino alla caduta della Repubblica senese nel 1555. Dante ricorda lo scontro tra le due città quando incontra Farinata degli Uberti nell’Inferno e quando cita  Provenzano Salvani nel Purgatorio: i due condottieri si scontrarono nella famosa battaglia di Montaperti a pochi chilometri a sud est della città, lungo il corso del fiume Arbia.

Sono molti i personaggi senesi famosi nel Medioevo. Tra questi ricordiamo Santa Caterina, vissuta pochi anni dopo Dante. Caterina nacque da una famiglia di ricchi mercanti in una casa nel centro storico, vicino alla fonte Branda, sotto la chiesa di San Domenico. Come Giovanna d’Arco in Francia Caterina sentiva di avere ricevuto una missione sacra: scrisse molte lettere ai potenti del suo tempo e alla fine riuscì nel suo scopo, quello di riportare il Papa nella sua sede naturale a Roma dopo gli anni passati in Francia ad Avignone. Attualmente presso la casa natale della ragazza sorge un grande santuario dedicato a lei.

IL PALIO

“Il palio è il fuoco della città ed è la mimesi di una guerra”

Duccio Balestracci,  professore ordinario di storia medioevale

Senza dubbio Siena è nota a livello mondiale per la tradizione del palio: la città è divisa in 17 contrade (quartieri) che ogni anno in due giornate si sfidano in una corsa di cavalli per ottenere un palio (drappellone).

Nonostante il palio siano noto in tutto il mondo di turisti da ogni parte del  è importante sapere che per i senesi il palio non è una  semplice corsa di cavalli: per gli abitanti di Siena il Palio ha una valenza simbolica culturale e simbolica molto forte, viene spesso definito come il “fuoco” che tiene unita e viva città.

La tradizione del palio risale al lontano 1147  e nel XVII secolo assume le regole che conosciamo oggi. Ogni anno si corrono due palii: il palio di luglio è in onore della Madonna di Provenzano mentre quello di agosto è dedicato alla Madonna Assunta. Per ogni palio corrono 10 contrade estratte a sorte. Prima dell’inizio della corsa c’è un rito importantissimo: nella chiesa principale di ogni contrada, il sacerdote benedice il cavallo con la frase “va’! E torna vincitore!”.

I cavalli devono fare tre giri della piazza del Campo che viene ricoperta con una speciale sabbia, il tufo. Un cavallo può vincere anche “scosso”, cioè senza cavaliere.

Al termine della corsa il sindaco assegna il palio ai contradaioli della contrada vincitrice, essi lo portano in processione nella chiesa di Provenzano a luglio e in Duomo per il palio di agosto dove cantano il te deum in segno di gratitudine. In seguito iniziano grandi festeggiamenti e il palio viene custodito nel museo della Contrada.

Come insegna il professor Duccio Balestracci il palio è la mimesi (imitazione) di una guerra. Nel Palio è importante arrivare primi, non c’è spazio per i secondi. Alcune contrade sono rivali tra loro (ad esempio Torre-Oca, Pantera-Aquila, Istrice-Lupa), ma tutti i contradaioli amano la città.

Pici con le briciole

La cucina toscana è famosa in Italia e nel mondo per la sua bontà. Ci sono alcuni piatti comuni in tutta la regione, come ad esempio la zuppa ribollita e la bistecca alla fiorentina ma anche altri meno noti: questo è il caso dei pici, spaghettoni a base di acqua e farina originari del territorio della Val d’Orcia, a sud-est della città. I condimenti tradizionali dei pici senesi sono tre:

  1. Pici all’aglione (sugo di pomodoro con peperoncino e molto aglio);
  2. Pici cacio e pepe (con crema di formaggio pecorino e molto pepe);
  3. Pici alle briciole (con aglio, olio e mollica di pane tostata);

LA CATTEDRALE NON FINITA

A Siena ci sono tantissime opere d’arte e anche solo camminare per le strade, specialmente nei giorni di Palio, ci riporta nel Medioevo. Qui è possibile toccare con mano la storia locale. Un esempio di questo è la cattedrale cittadina: guardando il bellissimo Duomo ci accorgiamo che sulla destra c’è un’intera navata non finita.

A metà del XIV secolo la città era in grande crescita e i Senesi avevano iniziato ad ampliare la chiesa più importante, ma poi arrivò la grande peste descritta da Boccaccio nel Decameron che uccise la metà della popolazione rendendo così inutile questa modifica.

Un altro esempio degli effetti della peste sul territorio è l’abbandono di alcuni quartieri all’interno delle mura cittadine: questo è il caso dell’Orto dei Pecci, alle spalle di piazza del Campo, dove ora troviamo un gigantesco orto urbano gestito dal Comune. All’inizio del XIV secolo in questo luogo c’erano invece delle case per i nuovi abitanti, che vennero però abbandonate dopo la pestilenza.

MONTERIGGIONI E LA VIA FRANCIGENA

Però che, come in su la cerchia tonda

Monteriggion di torri si corona,

così la proda che ‘l pozzo circonda

torregiavan di mezza la persona 

li orribili giganti, cui minaccia 

Giove dal cielo ancora quando tuona 

Inferno XXXI, vv. 40-44
Così come le mura tonde di Monteriggioni sono coronate da torri così sul bordo del pozzo torreggiavano a mezzo busto orribili giganti, cui Giove minaccia ancora dal cielo quando emette i tuoni.

Dante arriva vicino al IX cerchio dell’Inferno e scorge dei giganti immersi per metà nel terreno e li paragona alle torri che spuntano dalle mura di Monteriggioni.

A pochi chilometri da Siena troviamo un borgo medioevale perfettamente conservato. Monteriggioni, con le sue mura e con le sue torri, è stato costruito a nord della città per difendere i territori di Siena dalla nemica Firenze.

Il paesino di Monteriggioni è attraversato dalla via Francigena, l’antica strada dei pellegrini che collegava (e collega) il nord Europa con Roma. Dopo Monteriggioni la strada continua e arriva a Siena, dove i viandanti sono accolti da un’iscrizione su porta Camollia: “Cor magis tibi Sena pandit” , “Siena ti apre un cuore più grande della porta che stai attraversando”.

Da qui la Francigena percorre tutto il centro storico, passa per piazza del Campo, via Pantaneto ed esce dalla città da porta Romana.

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